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Menzogna o prospettiva?

La roadmap verso la sostenibilità è tracciata. Le persone scelgono il green, l’industria se ne accorge, il pianeta ringrazia, la comunicazione vola. E Heidegger approva.

di Federico Niola

di Federico Niola

15 Ottobre 2021

Tempo di lettura

3 minuti

di Federico Niola

di Federico Niola

15 Ottobre 2021

Tempo di lettura

3 minuti

Google comunica una roadmap che prevede l’obiettivo carbon zero entro il 2030. È una bella notizia, di quelle che siamo certi facciano piacere a chiunque, compresi coloro che magari l’hanno appresa in automobile, durante quei venti minuti di attesa sotto casa di qualcuno con il motore acceso. Non tutto va alla stessa velocità, i motori come le consapevolezze, no?
Intanto però la comunicazione sta già volando, non solo quella di Google. E non è diversa dalla democrazia: funziona quando è una prospettiva, non quando ha una prospettiva. Ciò che comunico non deve essere vero oggi, basta almeno predisporre le cose perché possa diventarlo domani. Ma i suoi effetti sono già in atto: carbon free nel 2030, comunicazione in volo adesso. Pensate che cosa prodigiosa: chiunque di noi può fare cose con le parole (no, non è un trucco da prestigiatore, ci torniamo tra un paio di articoli, promesso!).

Pensare all’essenza del pianeta

Tutte le volte che penso alla sostenibilità mi viene in mente Martin Heidegger. Nel saggio Costruire, abitare, pensare, asseriva che cominceremo davvero ad abitare il mondo solo quando e se il nostro pensiero ne comprenderà l’essenza. Fino ad allora il nostro sarà un abuso. Solo che per Heidegger l’umanità non pensa correttamente e in un certo senso è vero. Quando leggiamo i giornali saremmo tentati di non essere molto ottimisti nemmeno noi, se non vedessimo qualche segnale di cambiamento. Tardivi? Può darsi, ma resta il fatto che abbiamo cominciato a sentire i richiami del pianeta, i più audaci persino ad ascoltarli. E stiamo facendo qualcosa per abitarlo sempre meglio.

Il green fa “rumore”

Nemmeno a dirlo, l’hashtag #sostenibile è tra i trend topics di Instagram e Instagram di rumore ne fa molto. Il termine “sostenibile” è il padre di una famiglia estesa di concetti, anche loro ormai quotidiani, che vanno dal green al rinnovabile all’ecofriendly. Ma green trascende il linguaggio: oggi è legittimo aspettarsi di viaggiare su un autobus a impatto (quasi) zero o di strappare un cospicuo sconto anche al più taccagno venditore di automobili per l’acquisto di un veicolo elettrico o di un ibrido. È normale aspettarsi che la confezione del prodotto ci indichi la corretta modalità di smaltimento ma, soprattutto, che le informazioni riportate siano veritiere. Il green sta soppiantando il green washing. Ovvero: l’impatto di quel prodotto ci interessa davvero, non è una postura. L’Università Bocconi di Milano fa sapere che, a differenza di un decennio fa, oggi il 70% dei millennial sceglie il green, escludendo ciò che non lo è. Prospettive. E, a ben pensarci, la buona notizia è che queste evoluzioni ci sembrino ormai dovute; ci sembra di avere fatto la metà del nostro dovere, come dicevano le mamme esigenti da bambini quando prendevamo un bel voto a scuola.

La pubblicità traccia una rotta?

L’impellenza del tema della sostenibilità sta caratterizzando il passaggio dalla teoria alla pratica così come dalla simulazione alla realtà. La trasformazione è in atto, anche se ancora in zona 30. Per esempio, forse ricordate lo spot di un’automobile che faceva sbocciare fiori a bordo strada al suo passaggio; ci prendono in giro, pensavamo. Ma, nelle intenzioni di un pubblicitario, quella non era una menzogna. In senso psicologico, definiamola pure proiezione, era il racconto di un’ambizione, la direzione delle proprie ricerche, ciò che sarebbe loro piaciuto potere o sapere fare in quel preciso momento storico, ciò che sarebbe stato giusto che fosse già e non era ancora. Il tema della sostenibilità si era già affacciato alle coscienze e le piccole bugie che in questo senso ci si concedeva denotavano buone intenzioni. Anzi, intenzioni sostenibili.

Bio, ma quanto sei bello

Forse ad Heidegger piacerebbe la nostra maturazione cognitiva in senso sostenibile. Entusiasti o meno, il modo in cui abitiamo il mondo deve diventare sostenibile. Il binomio bello e funzionale deve arricchirsi di un terzo elemento: il sostenibile. Con un’avvertenza. L’annotazione “sostenibile” sulle etichette di alcuni prodotti non indica solo che costano di più. Sostenibile indica un certo tipo di rapporto con se stessi, con il mondo, con le persone, con la natura, con la panchina al parco e con la betulla nel giardino di casa, con il quotidiano che leggiamo e con il film che guardiamo, con il caffè al bar e con la vacanza in Madagascar. Con la nostra attività economica, con i nostri prodotti e i nostri servizi e con il modo in cui li comunichiamo.
Stiamo andando verso una fenomenologia della sostenibilità ed è una prospettiva avvincente. Un radicale cambio di registro è la sfida alla quale non possiamo sottrarci. Siamo chiamati a dotare il bello artistico ed estetico, il bello dei makers e quello dei thinkers di un attributo ancora tutto da pensare e che proprio per questo lascia ampi margini di libertà: il sostenibile.

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